Wipers, Dickies, The Beat, Buzzcocks, The Insomniacs, the Thermals, the Stooges, Velvet Underground, The Beatles… queste solo alcune tra le suggestioni sonore che mi venivano in mente, nel cercare di imbrigliare in qualche modo la ricchezza immaginativa di questo disco, mentre buttavo giù idee per la recensione che state leggendo. E pensavo anche che i Radioactivity non lo faranno probabilmente mai un disco che si possa considerare il classico “capolavoro”, forse perché finora lo sono già stati fin da subito, ognuno a suo modo, ciascuno dei tre album usciti a loro firma (per non parlare dei diversi singoli, tutti altrettanto bellissimi). Dischi in verità, più che capolavori, ogni volta “prototipi” (questo sì) di un modo di intendere un particolare momento evolutivo di un più generale discorso sulla musica underground. Soprattutto, forse, perché l’altisonante definizione è, casomai, fondativa del progetto stesso: una band unicum, un gruppo esso stesso “capolavoro”. Caposcuola, per dire meglio. Un progetto che si propone a ogni nuova uscita come pietra angolare mutevole e affascinante, come solo gli esseri umani vitali e col coraggio di essere veri possono esserlo. Un incredibile laboratorio sempre aperto e sempre fibrillante di lavoro, di idee, intuizioni, previsioni, premonizioni.
La band torna dopo 10 anni dall’ultima uscita con un album dal titolo che può sembrare di primo acchito quasi nostalgico e che invece rivela, con l’ascolto del disco, la sua natura di sincera affermazione di orgoglio e alterità rispetto ad altri prodotti di maniera del sottobosco indie/garage/punk/r’n’r odierno. Cantavano i CSI: non fare di me un idolo, mi brucerò; trasformami in megafono mi incepperò…e infatti la formula del sound potrà anche fare scuola, con quelle batterie scatolari eppure anfetaminicamente percussive in ottavi su timpano e rullante, spesso quasi senza accompagnamento di hi hat; con le doppie chitarre liquide e fluide, pochissimo distorte, stratificate come un pastoso olio di Rembrandt a dipingere la morte del punk per mano di un ipotetico Johnny Marr convertitosi al primo power pop USA; con il basso sempre presente, pulsante, ondivago nel riempire ogni vuoto e che detta la punteggiatura melodica e armonica con la precisione di un sismografo. Su tutto, poi, la voce isterica, beffarda, altre volte dolorante e implorante, di Jeff Burke, guru ormai internazionale di certo intellipunk, a capo di una vera e propria factory warholiana in cui tutti collaborano con tutti, scambiandosi ruoli e talenti, in progetti tutti diversissimi tra loro e tutti uno più bello e interessante dell’altro (Bad Sports e TV’s Daniel in primis). Ma, si diceva, aldilà della scuola, dello stile, resta inattingibile la fonte a cui abbeverano l’urgenza dell’ispirazione, la naturalezza degli esiti creativi, la felicità e l’efficacia dei racconti proposti.
Ad ogni modo le chiacchiere, come si dice, stanno a zero: siamo di fronte a un disco che su 11 pezzi propone gemme (tutte diversissime tra loro e tutte però coerenti con il discorso sui prototipi più sopra affrontato) come le anthemiche tirate power punk al fulmicotone di Time Won’t Bring Me Down e Why, il mid tempo in odore di love ballad di This Time Down, il jngle jangle quasi REM di Ignorance is Bliss, la leggerezza compassata retrò dei più controllati e maturi Reigning Sound di I Thought con tanto di bordone di organetto sixties gospel, il power pop dei Nerves più innamorati e romantici di Sleep, il viaggio interstellare, quasi Alan Parson Project in chiave garage, di chitarre acustiche e tastiere anni ’80 di Analog Ways, la ninna nanna lisergica, degna di un George Harrison riletto in salsa Phil Spector periodo End of The Century dei Ramones, di Shell, per chiudere, infine, con quell’alieno ossessivo e fantasmagorico a nome Pain, vero commiato e promessa, se solo gli dei volessero guardare a noi mortali con pietosa benevolenza, di chissà quali imprevedibili meraviglie soniche future. Quindi? Capolavoro?
Recensione di Walter Montagna





