Nati a Brescia nel 2022, gli Sludder si sono rapidamente ritagliati un meritato spazio nella scena punk rock underground italiana, muovendosi fin da subito lungo una traiettoria ben definita: quella del punk melodico capace di unire energia e introspezione. La band, formata da Giek alla voce, Gigio e Molli alle chitarre, Ricc al basso e Bolo alla batteria, si distingue per un approccio fortemente DIY, sia nella produzione musicale che nell’estetica visiva, mantenendo una coerenza che richiama la tradizione più autentica del genere con le radici negli anni ’90. Dopo le prime pubblicazioni e un’intensa attività live nei circuiti indipendenti, gli Sludder hanno consolidato il proprio suono fino ad arrivare a Arteries (ASCOLTALO SU BANDCAMP!), un disco uscito per Tropical london che segna un passaggio importante: non solo una crescita sul piano compositivo, ma anche una maggiore profondità tematica. Nel loro percorso si intrecciano influenze che vanno dal punk melodico californiano alle sonorità più emotive del Midwest, ma sempre filtrate attraverso una sensibilità contemporanea, fatta di fragilità, disconnessione e ricerca di equilibrio. Ed è proprio a partire da questo equilibrio – tra urgenza e riflessione, tra tradizione e identità – che si sviluppa la conversazione di oggi con gli Sludder.
Ci raccontate com’è stato il processo creativo di Arteries sia per la parte musicale sia per quella delle liriche? Ci parlate in particolare della scrittura dei testi e della scelta delle tematiche trattate che sono spesso legate al senso di disagio e di continua ricerca di un equilibrio interiore?
La scrittura dei pezzi di Arteries non è stata fatta in maniera costante e standard ma al contrario ha seguito un percorso fatto a “blocchi” per così dire, realizzati anche a distanza di tempo l’uno dall’altro. Alcuni dei pezzi come Valley e Harvey’s Words infatti erano già pronti ai tempi dell’uscita di Sooner or Later (o poco dopo) mentre pezzi come Untold e New Truth sono invece fresche fresche di giornata come direbbero i pescivendoli. Di conseguenza anche per quanto riguarda le scelte musicali non abbiamo seguito una metodologia ben precisa ma abbiamo adottato la filosofia “Hei ragazzi io ho buttato giù un riff, se vi piace possiamo lavorarci“. Stesso discorso anche per quanto riguarda i testi, ognuno ha contribuito portando “bozze” sulle quali poter poi sviluppare qualcosa di completo. Parlando invece della tematica dei testi non so bene come siamo arrivati a voler parlare di faccende legate alla sensazione di essere fuori fase a livello interiore, penso che semplicemente in quel periodo ognuno di noi avesse casualmente qualcosa da voler buttare fuori in merito a questo tipo materia. Insomma quest’album è nato un po’ così…a sentimento.
Il disco ha un forte senso di coerenza emotiva, quasi da concept: avete pensato alla tracklist come a un percorso preciso oppure è qualcosa di casuale?
La tracklist non è stata lasciata al caso ma Arteries non è da considerarsi un concept album in senso stretto: è più da intendersi come un viaggio emotivo. Possiamo dire che ciascuna canzone ha anche un ruolo ben preciso nel percorso di ascolto complessivo. Abbiamo scelto i brani cercando di trasmettere momenti di tensione con brani più rapidi e “incazzati” alternandoli a brani più introspettivi, anche per dare respiro ed equilibrio a chi lo ascolta.
“Paranoid Clown” ci porta un’immagine molto forte, ritrae un senso di intensa ansia e paranoia con una lotta interiore per trovare la pace. L’immagine del “clown paranoico” porta una sensazione di incertezza e paura, quanto c’è di autobiografico in questo brano e quanto invece rappresenta una riflessione più ampia sulla società moderna?
Paranoid Clown racconta di un disturbo d’ansia poco conosciuto, si chiama “tanatofobia”, la paura della morte. La canzone descrive le sensazioni e lo stato d’animo di una persona durante uno di questi attacchi d’ansia. È un brano autobiografico, io (Ricc) ne soffro più o meno dai tempi dell’università (ormai 15 anni fa). Quando ho scritto il testo pensavo che la figura del clown paranoico descrivesse al meglio la mia persona, cerco sempre di far ridere e far star bene gli altri ma c’è sempre qualcosa dentro di me che mi fa credere che le cose possano finire da un momento all’altro. Per accentare ancora di più questa dicotomia tra spensieratezza e ansia, musicalmente la canzone sembra il classico pezzo pop-punk leggero, ma in realtà nasconde un testo sofferto, esattamente come il clown paranoico.
Il disco si chiude con un’emozionante ballatona intitolata Thorns, un bellissimo pezzo che si distacca un pò dal vostro suono più diretto, com’è nata questa canzone? Pensate che resterà un’esperimento unico?
La canzone nasce da un semplice riff di basso, da lì ci é venuta l’idea di fare un loop con basso e batteria ispirandoci alla canzone dei Boxcar Racer “Cat Like Thief”. Ci piaceva l’idea di avere la base musicale “neutra” in modo da concentrare l’attenzione sulla melodia vocale e soprattutto il testo. Poi un album che si rispetti si chiude sempre con una ballad. Sicuramente non resterà un esperimento unico siamo una band a cui piace sperimentare in sala prove e ogni idea anche la più strana la si cerca di trasformarla in una canzone, a volte esce bene, a volte no! Hahah! Diciamo però che con Thorns abbiamo fatto un ottimo lavoro.
Pur essendo un disco che ha una collocazione di riferimento di partenza nel panorama del punk melodico anni ’90 poi le sue arterie si estendono nelle sonorità più introspettive e malinconiche dell’org-core, a ciò si unisce il desiderio di tracciare la propria strada sia musicale che lirica, per definire il disco potremmo citare i Banner Pilot, gli Alkaline trio, i Lawrence arms e i NUFAN, cosa ne pensate e cosa c’è di altro che voi ritrovate nel disco che magari è anche fuori dai nomi più significativi di questi tipi di sonorità punk?
Diciamo che i richiami con il punk rock degli anni 90′ sono molto presenti nel disco perché è il genere con il quale siamo cresciuti noi 5, e in maniera del tutto naturale ha creato le basi del nostro sound. Detto questo, a livello di ascolti quotidiani, abbiamo delle preferenze diverse e in questo disco abbiamo provato ad “incastrarle” , inserendo qualche riferimento che si differenziasse, magari più emo o cmq più “moderno”. A parte i nomi che hai già citato, forse aggiungeremmo anche i Flatliners alla lista. In generale, nella fase compositiva non abbiamo pensato troppo ad una direzione chiara e precisa da prendere, e forse si sente ascoltando il disco, ma è piuttosto il risultato spontaneo di ognuno di noi che poi è stato elaborato in saletta, lo sforzo è avvenuto solamente in fase di definizione dei pezzi , i dettagli insomma. Ci siamo fidati molto gli uni degli altri.
Avete iniziato la promozione del disco uscito per Tropical London, come vi state muovendo e come sta andando? Come vedete la situazione in Italia in questo momento rispetto agli spazi per suonare e alla risposta del pubblico a questo genere? Farete anche dei tour all’estero dove certamente in alcuni Paesi la realtà è decisamente migliore (come la Germania)?
Con Tropical London sta andando bene, il disco sta girando parecchio e per quanto riguarda l’Italia siamo felici, come dici tu la situazione nel nostro paese non è il massimo e la chiusura continua degli spazi di aggregazione di certo non aiuta un genere come il nostro. Cantando in inglese ampliare il proprio pubblico in Italia non è facile, rispetto al passato cantare in italiano è sempre più produttivo, per questo stiamo anche guardando oltre ai nostri confini e sicuramente la Germania è un paese dove vorremmo affermarci, stiamo lavorando per fare diverse date sia in lì che in Austria e in Svizzera.
GLI SLUDDER SARANNO LIVE ALL’ARCI GONG DI GORIZIA IL 24 APRILE ore 21



